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"Zanardi
Colasanti e Petrilli sono desiderati dalla preside", questula
sull'uscio il bidello ammaestrato. La signora ha sporto denuncia,
l'accusa è sevizie e uccisione di proprietà privata,
niente meno, informa un annoiato funzionario della questura. A convalidare
il tutto, per la cronaca, il ritrovamento probatorio dell'agendina
degli indirizzi del detto Zanardi, sul luogo del delitto.
Ed è qui, nella settima vignetta di tavola due, dopo un "EH?"
che si alza ringhioso da fuori campo, che fa il suo vero ingresso
Massimo Zanardi, detto Zanna, finalmente in primo piano. E' rabbia
autentica quella che deflagra nelle due vignette seguenti, che lo
travolge tutto, gli tappa vene e capillari, gli fa spalancare le
fauci e mostrare i canini; il naso è un rasoio, puntato alla
gola. E' un'ira che incurante di qualsiasi autorità gli fa
giurare, giurare, vendetta contro lo sporco e inaudito complotto,
contro il furto intollerabile di un oggetto di sua personale proprietà.
Poi,
basta. Nel quadro successivo è già ricomposto, e c'è
tutta la ieratica freddezza di un Macbeth nello sguardo distaccato
e anche un po' tediato, la solennità triste di un Cyrano
nel profilo adesso pendulo e molle, la forbitezza di un Fantômas
nella lingua compita e grammaticale con la quale sotto il riflettore
si congeda dai presenti, per il momento.
"Zanardi mi fai schifo, sei tronfio e borioso, sei un sadico.
Vattene via , appesti.", gli fa risibile eco l'odiosa, livida.
Ftzz!, dalla porta, luciferino, Z., la mossa del gatto che graffia,
in faccia al poliziotto arreso. Stacco.
Nel corridoio, i tre salgono le scale, per la prima volta a figura
intera. Zanardi alto al centro, le mani infilate nelle tasche, lo
sguardo avanti; Colasanti alla sua destra, appena un gradino sotto,
e Petrilli attardato dietro, poggiato al corrimano. Eccoli gli eroi
del vostro tempo, venerate la nuova trinità.

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