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Una storica intervista con
Fabrizio De Andrè, concessa dopo cinque anni di lontananza
dal pubblico e dopo la drammatica esperienza del rapimento del 1979.
Come mai hai deciso, dopo cinque anni, di
concedere un'intervista?
Soprattutto per dare una risposta a quanti, malgrado questi cinque
anni di latitanza (latitanza dalla canzone, perché parlare
genericamente di latitanza qui tra questi monti della Sardegna si
rischia sempre di essere fraintesi) mi scrivono per chiedermi quando
ritornerò a fare quello che considerano il mio mestiere,
cioè quello di fare delle canzoni. Desideravo rispondere
loro che mi sono trovato improvvisamente con i serbatoi della memoria
completamente vuoti. Ho passato questi cinque anni a rifornirli
di dati e di notizie ed ora sto scegliendo tra il materiale meno
banale.
Come mai hai sempre avuto un rapporto così difficile, diciamo
di assenteismo, con i mass media?
Credo che sia fondamentalmente una questione di carattere. Io ho
sempre avuto il timore di essere protagonista, e il terrore addirittura
di essere invadente; aggiungi anche che sono pigro. Quindi ho sempre
considerato i rapporti con i mass media e in particolare le interviste,
uno stress evitabile.
Come mai hai deciso di vivere in Sardegna?
Tra l'altro sei stato protagonista con la tua compagna Dori Ghezzi
di una brutta storia di sequestro.
Malgrado questo continui a viverci, come mai?
Per molti motivi, primo dei quali perché
le varie etnie sarde, malgrado cospicue differenze di lingua e di
cultura, hanno in comune come minimo il rispetto di valori fondamentali
in cui credo anch'io.
Quindi con loro mi ci trovo bene, parlo della generalità
della gente sarda.
Un altro motivo è l'ambiente ed è inutile descriverlo,
basta guardarsi attorno; credo sia uno dei più spettacolari
e dei più puliti d'Europa (anche se io faccio di tutto per
bilanciarlo).
Un altro motivo per cui io resto in Sardegna è che qui ho
sempre un'azienda agricola, che va in qualche maniera seguita. Anche
perché un domani io non posso dire ai miei figli "Vi
saluto e vi lascio cinquanta canzoni per uno", perché
nel mio repertorio non compaiono canzoni come Blue Moon,
Star Dust né tantomeno Bianco Natale; voglio
dire canzoni che, dal punto di vista dei diritti d'autore, riescono
a rendere ricche due o tre generazioni.
Fabrizio, guardando al tuo passato come ti
consideri: più cantautore o più poeta? E quali sono
le differenze, se esistono, tra canzone e poesia?
A questa domanda ti devo rispondere come
tante volte ho già risposto.
Benedetto Croce diceva che, fino all'età di diciotto anni,
tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle
solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente,
preferirei considerarmi un cantautore.
Per quanto riguarda l'ipotesi di differenza fra canzone e poesia,
io non ho mai pensato che esistessero arti maggiori o arti minori
ma, casomai, artisti maggiori e artisti minori. Quindi se si deve
parlare di differenza tra poesia e canzone credo che la si dovrebbe
ricercare soprattutto in dati tecnici.
I giovani di ieri e di oggi ti considerano
una sorta di punto di riferimento culturale, cosa ne pensi?
Probabilmente perché anch'io ho avuto dei punti di riferimento
precisi che, a loro volta, avranno avuto sicuramente dei riferimenti
in questi punti luminosi della storia dell'espressione umana.
Io credo che l'uomo potrà anche conquistare le stelle, ma
penso d'altra parte che le sue problematiche fondamentali siano
destinate a rimanere le stesse per molto tempo, se non addirittura
per sempre.
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